Sguardo

A denti stretti ti ho lasciato andar via!
Ho imparato in pochi secondi che non puoi trattenere chi deve andarsene ne chi vuole andarsene.
Tu avevi capito molto prima di me che era tempo di uscire dalla vita, in punta di piedi il tuo corpo stava lasciandoti.
Il mio con ogni cellula reagiva furioso a questa legge di natura, non riuscivo ad ammansirlo ne a calmarlo. Camminavo tesa come una corda di violino pronta a trasformarsi in una lenza gettata da una riva all’altra, avrei potuto uscire da un soffitto come un elicottero sfondando il tetto, se mi avessero toccato la spalla per farmi forza o consolarmi.
Mentre ti rilassavi ed il dolore mordeva meno le tue ferite io mordevo le mie e digrignavo i denti, la mascella serrata.
Da giovani non si accetta la morte, non fa parte ancora del proprio orizzonte, il primo incontro è sempre uno scontro.
Ho toccato le tue mani, erano ancora calde, un tepore si irradiava in tutto il tuo braccio, fino al volto rilassato. Le dita erano sempre lunghe ma meno gonfie, le vene stavano abbassandosi e sgonfiandosi come fiumi in secca, toccavo i tuoi polsi, i polpastrelli, la pelle, sentivo quel tepore svanire minuto dopo minuto ed è stato solo allora che ho placato la mia rabbia e l’ho trasformata in distillato di puro amore e tenerezza. Non potevo sprecare quegli istanti che ci separavano dal nulla rabbiosa e concitata, sommersa da un’impotenza che rischiava di soffocarmi.
Dovevo sentirti fino all’ultimo istante, non perdere neppure un cambiamento nel tuo corpo, dal volto alle dita delle mani ai tuoi piedi.Le prime chiazze di cianosi erano piccole zone franche, il tuo calore non cedeva il posto così facilmente a quel gelo che indurisce le membra.
Ti ho sentito fino a quando non ci hanno separati, ho toccato quel gelo livido sulle tue guance fino a quando non ti hanno rinchiuso in quella scatola, e poi ancora un’altra di zinco, le viti che giravano impazzite sotto lo stimolo del trapano elettrico.
Quel suono mi ha convinto che dovevo lasciar detto di trasformare il mio corpo in cenere, quelle viti sono state il colpo di grazia di una giornata iniziata con la tua pacata e dolce agonia come colonna sonora, un sospiro, un rantolo, un respiro e via dicendo.
Ho imparato allora a non temerla, a non aver paura di guardarla negli occhi, era parte di noi allora mi fissasse per bene nello sguardo e mi dicesse cosa intendesse fare delle emozioni che galleggiavano tra noi come il profumo dei fiori quando appassiscono nei vasi e nessuno ha cuore di gettarli via.
Non l’ho mai sfidata ma guardata fisso negli occhi quello si, l’ho fatto per anni, per lavoro, per cercarti in quello sguardo gelido e ritrovarti. L’ho fatto per non lasciare alla paura di sopraffarmi, la paura di non sentirti più, di perderti, di non avere più ne il tuo odore ne il suono della tua voce accanto.
Anche così disteso eri rassicurante, anche così gelido eri ricolmo di tutta la pacatezza e la grazia che avevi quando il sangue correva come una Ferrari e non come un calesse trainato da due buoi.
Eri tu e stavi trasformandoti sotto i miei occhi lentamente, indissolubilmente. Temevo che mutassero anche i sentimenti, i ricordi, la memoria si frantumasse in quelle cellule morte, andasse a sbattere contro il muro del silenzio che avvolgeva come un sudario tutta la stanza. Solo le candele e la luce fioca riuscivano a rendere meno oppressiva la distanza fra di noi. Era il primo silenzio che percepivo del mondo e mi sentii come in fondo ad un oceano, ogni vibrazione smuoveva masse d’acqua enormi ed io con esse, il silenzio risuonava come un eco e mi schiacciava con tutta la pressione di cui era capace. Tu eri in quel silenzio, come uno xilofono che lentamente si dissolve nelle note alte, tu sei andato via da me, scivolando fuori dalla mia pelle, dalle mie dita, rimanendo ben saldo nella mia anima.
L’odore di quella stanza, la formalina ed i disinfettanti, quell’atmosfera asettica di un’infermeria non hanno cancellato l’odore dei tuoi capelli candidi, del tuo sudore fra le rughe e le pieghe della pelle sul collo. Ti ho annusato come si annusa una madre quando si nasce per sapere da dove proverrà il nutrimento, per riconoscere chi ci accudirà. Avevo sentore che dopo quel giorno nessuno mi avrebbe accudito l’anima come avevi sempre fatto tu, non mi sono sbagliata, porto con me ogni sensazione di quella partenza che non fu un addio ma neppure un arrivederci. Ti ho sognato ripetutamente da allora, ti ho ritrovato in mondi e paesaggi mozzafiato, non sono mai riuscita a toccarti se non una volta per farti attraversare un ponte su un piccolo fiume, nei miei sogni avevi sempre il cappello di feltro grigio ed il cappotto nero in cui nuotavi tanto era largo. Quando mi svegliavo i tuoi occhi azzurri come il cielo e grigi come il mare in inverno, celesti fino a sciogliersi in un turchese pallido, nel glauco ceruleo e tendendo al verde del mare più limpido, fusi nell’umore o nel clima del momento, erano lì ad inondarmi di felicità. Bastava quel ricordo, quello sguardo e tutto era degno di essere vissuto nuovamente, mille e mille volte di più di un semplice risveglio, una rinascita con il guizzo del tuo sguardo che si fermava pacato nel mio e mi sorrideva da lontano, ovunque fosse, sentivo che mi riconosceva. Il giorno in cui incontrerò di nuovo quegli occhi mi dissi saprò di chi innamorarmi perdutamente, se quel colore è inarrivabile non lo sarà la sua calma profonda, la sua malinconia, la sua ironia fanciullesca, la sua dolcezza e severità, la sua seria ed orgogliosa consapevolezza di essere sguardo ed anima che abbraccia.

Paola Palmaroli

 

Foto dal web

tumblr_m11kwijnle1qcdniqo1_500

Advertisements

Parole

Quel che resta di te è nelle luci di una giornata immobile e fredda. Si muoveva solo la luce che variava da un istante all’altro vestendo il freddo di un’anima più pietosa e pacata.
Il tuo silenzio non era un vuoto, stimavo gli accordi che ne emergevano dal movimento del tuo capo, da quello delle mani, dal suono del pennino sulla carta mentre scrivevi rapido e nervoso.
Osservavo quei ricami prendere forma sulle righe ordinate, foglio dopo foglio, mi chiedevo come fosse possibile scolpire i pensieri in quel modo così magico ed affascinante.
Mi regalasti in una giornata fredda come questa un vocabolario. Aveva la copertina intessuta di una stoffa verde salvia con impresse in lettere dorate le lettere di un alfabeto che sembrava contenere tutto l’universo ed altro ancora.
Lo sfogliavo con cura, senza piegare gli angoli delle pagine, sceglievo a caso una parola e tu me la descrivevi, la disegnavi, me la facevi sorseggiare come fosse un bicchiere di vino color rubino.
Ho assaporato le parole da allora nello stesso identico modo, le ho gustate come se fossero cibo, ingredienti di un piatto, la vita, che poteva cambiare consistenza a seconda delle emozioni che come spezie condivano il pasto quotidiano.
Mi sono immersa in ogni voce, in ogni parola pronunciata, anche quando non ne capivo il significato. Mi raccontavi che imparando a leggere e scrivere c’era un momento che faceva da spartiacque, in cui tutto si rivelava come un fiume in piena.
E’ accaduto. Dall’oggi al domani ogni parola aveva un senso, un corpo, era scolpita da chi la usava, da chi la pronunciava.
Il linguaggio segreto delle parole non era più tale e tu amico mio te ne sei andato via in una giornata d’inverno livida e fredda ma ricolma di tutte le parole,i pensieri che non ci eravamo ancora scambiati.
Grazie per ogni sera trascorsa a colmare quel vuoto che tale non è mai stato, in cui tutto dimora, fede, speranza, disperazione, amore, gioia e felicità e dove le parole si uniscono e si scambiano di posto per interpretare quel balletto magico ed affascinante che la vita ti impone di danzare.
Grazie mio vecchio, caro uomo!

Paola Palmaroli, testo e fotografiatramonto-p

Il Risorgimento : una questione di abiti,i bambini. Post n.39

Nonna Nanna

Uomini, donne, bambini: esistono anche i bambini, gli uomini e le donne di domani; il Risorgimento era fatto anche per loro, per dare un futuro migliore. Anch’essi venivano coinvolti, educati agli ideali del Risorgimento, caso esemplare la famiglia del prof. dell’Università di Pavia, Carlo Cairoli e sua moglie Adelaide,5 figli,5 patrioti. Come erano vestiti i bambini in quel periodo? I vestiti dei bambini sembrano cose innocenti, in realtà sono legati al loro tempo, ne sono dei messaggi. Se si osservano i bambini di fine ‘400 presentati dal Mantegna, negli affreschi del Palazzo Ducale di Mantova, due sono vestiti da  paggetto, saranno futuri uomini di corte e un giovinetto vestito da cardinale, sarà un cardinale, il loro futuro era già incominciato.abiti b. mantova. I bambini dipinti da Van Dyck hanno già gli abiti del ricco borghese o nobile ,bambini van dickcon tanto di cappello, il re Vittorio Emanuele II da bambino era già vestito…

View original post 293 more words

I 40 Migliori Film degli Anni ’40 (Prima Parte)

bastardiperlagloria

6876426_orig

Ok, è il momento di rituffarci nel passato, a grande richiesta di voi lettori, per riapre la macchina del tempo con le nostre classifiche.

Dopo aver stilato la classifica del decennio 2000, la classifica degli anni ’90, poi la classifica degli anni ’80, la classifica degli anni ’70, la classifica degli anni ’60, e ovviamente quella degli anni ’50, è arrivato il momento per volgere il nostro sguardo agli anni più bui della guerra, degli sperimenti cinematografici, della nascita del neorealismo: insomma, gli anni ’40!

Ricordo sempre che questa non è una classifica scientifica, ma ho cercato ancora una volta di includere il meglio del meglio, senza pregiudizi e rimanendo più imparziale possibile. I criteri utilizzati si collegano alle recensioni critiche ottenute e l’importanza e l’influenza dei film raggiunta nel corso degli anni, e infine ovviamente il gusto personale. Non perdiamo troppo tempo nel…

View original post 870 more words