Inverno

Quando la nebbia è impolverata di cielo e l’alba non sembra voler finir mai, quando la luce si sparge ovunque tranne che negli angoli più umidi e freddi, quando tutto sembra accartocciato dall’inverno e dal suo gelo, ecco un movimento furtivo, un gatto che corre dietro ad una gazza invano, un suono stridente di foglie spezzate come di specchi in frantumi, ecco i campi ed i prati bianchi e lividi che attendono un po’ di calore dal sole per sgranchirsi le ossa messe a nudo.
Non c’è nulla dell’inverno che possa sembrare poetico o dolce eppure sotto quella scorza di severa e dura insensibilità si cela tutto il calore del mondo. In montagna è facilmente rintracciabile, presso una roccia con infiltrazioni di terra, oppure in un anfratto nel bosco fitto. nella corteccia cava o su un ramo.
Tutto sembra immobile ed invece c’è una costante vibrazione vitale che emette la terra in ogni nuovo giorno, come quando si sveglia una casa, una luce qua, una là, fino ad avere ogni piano illuminato a giorno. Non siamo più abituati alle luci fievoli, solo quelle inebrianti e sgargianti come certi colori ci colpiscono, così pure con le stagioni, non osserviamo più quelle che appaiono silenziose ed immobili.
Io amo l’inverno, mi riempe di una pace che altrimenti nelle altre stagioni sarebbe impossibile trovare, il mare per esempio, è di una bellezza mozzafiato ma non urla, ne scalpita, le sue rive sono pacatamente svuotate dal vociare estivo, solo chi ama veramente il mare si avvicina a quei colori lividi che da un momento all’altro esplodono in un’apoteosi di sfumature semplicemente per un brandello di luce proveniente dal cielo.
L’attesa non sempre premia e, che dire delle città, quelle dove la nebbia scende e decide di estendervi il suo domicilio per settimane. Grigio al mattino, a mezzogiorno, al pomeriggio ed alla sera. Per chi è abituato al sole del sud è un inferno raggelante. Vorrei portare chi disprezza il grigio nebbia a visitare certe zone di Milano di domenica mattina, presso piccole piazze, sui Navigli, oppure lungo certe vie antiche, che sfociano sui campi della periferia bianchi di brina. Improvvisamente perfino una città operosa e schizofrenica durante la settimana come Milano diventa morbida e lieve nel suo incedere, piazzale Firenze sembra un ritrovo di vecchi amici ed i tram stridono allegri sulle rotaie indolenti, Piazza San Fedele appare come un gioiello da lucidare per la festa e da mostrare in tutto il suo splendore. Le panchine di Milano non sono diverse da quelle di tante altre città ma potrei smentire questo assunto in men che non si dica: ce ne sono alcune speciali, di legno consumato dalle intemperie con un vista che ti toglie il respiro, altre nuovissime, lucidate come marmo, che ti accolgono quando non ne puoi più di camminare e ti promettono prospettive architettoniche da bere con gli occhi, poi ci sono quelle dove sprofondi e ti ritrovi con i piedi distaccati da terra, ti ricomponi come una vecchia signora rimasta a gambe all’aria per terra e ti fai coccolare da quell’incavo abnorme da dove i rami degli alberi sembrano protesi verso di te per prendersi gioco del tuo imbarazzo. Che dire di quei porfidi simili a lapidi che sprofondano uno alla volta facendoti inciampare anche con un paio di scarpe basse fornite di suola di gomma, ridendo di te stessa per quel modo di camminare che l’inverno rende simile alle marionette di un teatrino? Milano se la conosci è bella soprattutto in primavera ed in autunno, in inverno si cela e si svela a tratti come per magia, sempre al mattino presto o di sera quando le prime luci dei lampioni ammorbidiscono i toni grigi delle sue vie. Ho trascorso inverni indimenticabili in questa città, come ci si possa sentire allegri in una stagione come questa, in una città per nulla allegra ne bella, è un mistero, ma vi assicuro che accade e sempre accadrà, perchè anche i più burberi e severi di noi sanno regalarti un sorriso inaspettato, una carezza di luce che ti tramortisce. Milano è così, un inverno infinito che sa vestirsi di quella gioia pacata riservata solo a chi si ferma ad ascoltarla per quello che è, una vecchia signora che cammina in punta di piedi.
L’inverno se visto con occhi meno sospettosi ed ascoltato con le orecchie tese invece che coperte da sciarpe e cappelli di lana, può riservare sorprese e fascinazioni assolute. Ci si disabitua alle aurore od ai tramonti e quando ricompaiono sembrano incendi mattutini o fuochi artificiali scoppiati per caso all’imbrunire.
Una giornata con cielo terso appare come certi diamanti, di una luce che ti acceca, sui corsi d’acqua tutto sembra riprendere il cammino interrotto, perfino gli animali di quando in quando fanno capolino e ti ricordano che non sei l’unico essere infreddolito ed addormentato che tenta di muovere i primi passi per andare al lavoro.
Io adoro l’inverno, il suo risveglio ed il suo abbandono preludono ad un’esplosione di gioia difficilmente apprezzabile senza quell’assoluto ed indolente silenzio, senza la sua natura calma e pacata.
Foto e testo di Paola Palmaro11934951_886156514764705_4839442426096564727_n

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