Mani

Ricordo le tue mani quando leggevi, le distendevi tra le pieghe degli angoli delle pagine, le facevi fluttuare nell’aria e descrivevi cerchi sempre più larghi fino a farmi penetrare l’atmosfera descritta, fino a farmi entrare nel ritmo di una storia. Le tue mani si muovevano insieme alle vibrazioni della tua voce, non c’era ritmo che non trovasse nelle tue dita quella pausa, quell’accordo perfetto tra soggetto ed azione, tra un complemento di specificazione ed un ablativo. Riuscivi con le mani a creare nuove sintassi, nuove regole grammaticali, io non avrei mai smesso di seguirle per carpire il vissuto di una storia, le emozioni di un protagonista o di un personaggio minore. Sapevi donare a tutti la tua voce, scolpivi con le dita l’incedere di un passo, diradavi la nebbia oppure facevi esplodere la luce dopo un lungo inverno. Quando per poco, pochissimo tempo, le ho perse di vista, le sentivo muoversi, cadenzare come ali sapienti il ritmo delle correnti del cielo e delle idee, sapevo che erano a me vicine, che disegnavano nel buio tracce da seguire con l’udito, erano la fonte prima di un’affabulazione che proveniva dal cuore del mondo. Quante storie ho visto con le tue mani, quante ne ho immaginate vagando nel timbro della tua voce, ancora oggi se qualcuno muove le mani come te lo seguo ipnotizzata anche se sta leggendo la lista della spesa! Il risveglio è brusco, confonde le patate con i pomodori, eppure per un istante ecco le dita che cercano di sfumare il carboncino su un foglio e mentre lo fanno sotto i polpastrelli prendono vita le forme di chi quel paesaggio lo sta attraversando, ecco la musica riprendere, il racconto orale avere inizio. Sapevi raccontare con le mani quel che di bello e di brutto il nostro mondo conteneva, sapevi dargli una grazia ed un orrore indicibili, mi appoggiavo al bordo del tavolo ed attendevo la fine di quell’universo, scoprivo sempre un inizio fuoriuscire dalle maniche della tua camicia, come vene, fiumi, dai mille affluenti. Sapevo che ogni parola aveva un gesto ad attenderla, che ogni azione si sarebbe materializzata sotto il tuo incantesimo, avresti ammaliato perfino un serpente a sonagli con le tua storie, con le tue carezze di vita all’aria che respiravamo insieme quelle sere, uno di fronte all’altra a misurarsi con l’incantamento prodotto da chi conosceva tutto del mondo e chi invece era agli inizi di un viaggio indimenticabile. Perchè tu lo promettevi sempre, che sarebbe stato indimenticabile, nel bene come nel male, tu mi garantivi con quel timbro di voce che ogni angolo sarebbe stato acuto o convesso, retto o piatto e li disegnavi per me, con le dita e le parole li rendevi visibili prima che mi si presentassero davanti all’improvviso. Questo ho amato più di ogni altra cosa al mondo, le tue mute promesse, nessuna è mai venuta meno al tuo stupore, al tuo timido sorriso, nessuna. Hanno dato il tuo nome a cani e gatti, l’ho sentito pronunciare spesso dopo che te ne sei andato via, sorridevo all’idea che tu fossi ancora lì a liberare le storie del mondo pronte per venirmi incontro, scodinzolando! Io non sono mai riuscita a chiamarti per nome, eri semplicemente mio nonno e tale sei sempre rimasto, ci sono giorni come questi, mani come quelle che ho fotografato che ti riportano a me come se non fossi mai uscito di casa sdraiato in piedi. Tutte le parole del mondo non le conquisterò mai neppure campassi oltre le mille ed una vita delle lune che illuminavano i tuoi racconti, ma quelle che contano sono dentro di me fin da allora, ed una in particolar modo non l’ho dimenticata, la declino in tutti i modi possibili, so quanto per te fosse imprescindibile perfino da un “amo” o da un “senso”, ed è “libera”. Le parole rendono liberi, le pagine dei libri ti fanno viaggiare libera da ogni costrizione, l’arte ti libera da ogni materia e forma, la musica ti libera da ogni preconcetto e ti fa fluttuare in un mare invisibile di idee, sentimenti, emozioni, azioni, drammi, commedie. Tutto si inchina a quel libero arbitrio che ci fa pensare, creare, vivere e soprattutto scegliere dando il meglio od il peggio di noi, liberi anche di sbagliare. Che ogni parola ti sia confidente ed amica, quel fuoco che all’alba timidamente si nasconde prima di uscire da ogni anfratto ed al tramonto esplode cercando di vincere ogni lingua d’ombra prima che il buio si appropri del suo respiro, che ognuna possa essere disegnata e scritta dalle dita di ogni essere vivente prima ancora che pronunciata o cantata. Ovunque tu sia e con chiunque tu sia, liberane ancora di nuove per me, per noi! Paola Palmaroli

Foto dal Web

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