Il corpo di una donna

dal web

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Paola Palmaroli

Le ossa del volto sono come una cassa di risonanza, emettono suoni più acuti delle altre ossa del corpo quando vengono colpite ripetutatmente. Ieri mattina mi sono svegliata e vedevo di nuovo, non so fino a che punto sia un successo perchè vedo anche quelo che non vorrei più scorgere, tutto è più chiaro, i colori sono decisi ed intensi, le ombre contrastate ed avvolgenti, le luci sono sciabolate che si insinuano dappertutto. Ho in mente lo sguardo di mio nonno e la sua voce mite e calda mentre mi chiede: ” come ti senti?” ho in mente il suo calore e la sua ansia, mi mancavano i suoi occhi, quegli abissi di cielo e di mare mi mancavano enormemente. Ho visto la linea dell’ustione sul braccio destro, ricordo la pelle mentre si scioglieva e le risate fuse nel dolore. Ho come lampi di memoria che mi accecano l’anima e vorrei cacciar via ma non se ne vanno a comando. Il suono delle ossa del mio volto, della testa, la mia rabbia concentrata nella muscolatura contratta, sembravo marmo ed ero invece un ammasso di carne, di poltiglia, di sangue e di respiro mozzato sul nascere. Ricordo la voce stridula di una donna che chiedeva da lontano ” cosa sta succedendo?” ricordo alcune parti dei loro visi, la mascella o le tempie, l’attaccatura dei capelli ed un orecchio. Ricordo il fiato corto e quel suono ottuso dei colpi, infiniti, continui fino allo spasimo. Poi il silenzio improvviso, il nulla in cui avrei voluto addormentarmi per sempre, il bruciore del braccio, l’indolenzimento di tutto il corpo, la soddisfazione provata nel sentirli correre via, allontanati da un voce stridula ed acida. Ho in mente la vista che andava e veniva, le mani che tastavano le piastrelle ed i loro bordi della pavimentazione di quell’androne, cercavo qualcosa ma non sapevo cosa, forse una postura antalgica, volevo sentire meno dolore fisico e mi controcevo nell’assurda certezza di mandarlo via insieme a loro due. Non se ne va via neppure quando è apparentemente assente quel dolore, torna ad ondate anche ora che sto meglio. Sento le gambe come contratte, crampi acuti che mi tolgono il fiato e mi fanno sobbalzare. Quel che mi preoccupa di più è la vista, va e viene, torna come ad avvisarmi che rivedrò tutto, che non posso scegliere, che l’occhio è collegato con la memoria e con l’anima ed il corpo se ne approfitta di tale alleanza. Ho bisogno della notte, di quelle notti senza stelle, dense e cupe, di quelle notti che diventano man mano lattescenti ed alba, che sanno come avvisarti che la luce sarà di nuovo attorno a te, senza la furia di un risveglio improvviso, con i raggi che attraversano la retina e ti feriscono fin la radice dei capelli. I capelli, li tocco, sono ancora tutti lì al loro posto, non li hanno bruciati, non hanno avuto tempo per farlo. Tocco dietro le orecchie e sento una linea ricucita finemente, sento i punti di sutura, mi hanno rasato solo in quel punto, sul collo tutto finisce pur con la pelle ruvida che indica ferite rimarginate. Perchè il corpo guarisce in fretta e l’anima stenta perfino a rimettersi in piedi? Sono stanca perfino di scrivere, sto tentando di riprendere le fila di quel che è accaduto con la penna in mano e non ne posso più di questo silenzio che mi provoca la nausea, sono come uno strumento musicale senza corde, un fiato otturato che non emette alcuna vibrazione, sono un tasto non accordato del pianoforte, sono priva di armonia e di sonorità. Ho nausea, la testa a pensare è come si gonfiasse, la devo appoggiare. Tocco la linea del braccio dove l’ustione ha lasciato il suo tatuaggio, la guardo e vedo un occhio, è la prima volta che sorrido a tale scempio. Un occhio sul braccio nella piega del gomito, non male come nemesi! Vorrei che mio nonno venisse presto a darmi la buonanotte, la sua voce è la miglior terapia ch’io conosca, la sua voce è rassicurante, amica e fedele, la sua voce è un balsamo che non smette di agire anche a distanza. Ho bisogno della sua voce in pillole, del suo odore di lavanda, ho bisogno che viva ancora per me, che non se ne vada via, lui vecchio da questo tempo. Dio mio non me lo portar via ora, sarebbe come togliermi il respiro, l’acqua, il cibo, ho bisogno di lui come della luce per le piante, lui è la mia fotostintesi clorofilliana, lui è ciò che di meglio l’uomo ha fatto dell’uomo, non aver bisogno di lui ancora, lasciamelo qui per un poco, te ne prego. La sua voce è un’onda lunga che mi avvolge e mi fa galleggiare tra cielo e terra, come un vento liquido che non mi abbandona mai, è pioggia e profumo di granito e di quarzo irrorato da quelle gocce. Lui è la mia montanga incantata, non me ne privare ora, te lo chiedo in ginocchio, non me lo portare via ora. Fai a meno di lui ancora per un poco! Stavo per morire io ed ho paura che sia lui ora ad andarsene, sciocco vero? Con lui vicino io riconosco quel che sono, quel che voglio, io sono e non vengo privata del diritto di continuare ad essere intimamente solo me stessa, sono libera di ridere e di piangere, sono ciò che non so neppure di essere e quel che riconosco come peculaire alla mia esistenza. Sono! Quindi dopo aver assaggiato il cibo dell’orrore, quello della paura, dopo aver visitato linferno, andata e ritorno, dopo aver visitato il buio e trovata la strada per riveder le stelle non mi togliere l’unico motivo che mi ha conservato in vita: lui! Non potevo morire senza raccontargli cosa era successo, ci siamo sempre raccontati tutto da quando sono nata ed ho cominciato a parlare, non saprei con chi altri raccontare me stessa, con lui è così semplice sai, lo è sempre. Ascoltare, sentire, vedere le onde del mare che tornano a riva dai paesi che sorridono, prima che sia tempo di andare, toccare vedere, di nuovo toccare e poi respirare a fondo, questo è possibile solo con lui, il mio milgiore amico, alleato e fedele sostenitore. Sembra che sia nata per leggere nei suoi occhi quanto sia dolce vivere anche dopo aver visitato l’inferno, è un liquore di cui non vorrei fare mai a meno, ho biosgno della sua fiducia, mai avuto così tanto bisogno del suo sentire come oggi, come in questo momento. Non me lo portare via, tu hai tutta l’eternità per goderti la sua vicinanza, io ho bisogno di un poì di tempo, un rimasuglio della tua eternità, non mi privare della sua luce, è simile alla tua mio Dio, lasciamela toccare ancora per un poco, che la mia vista sia connessa con la sua, con quella del suo cuore, solo allora sarò guarita veramente da tutto quello che mi ha travolto ed annientato, solo allora. Non me lo portare via, ti prego, deve continuare ad isnegnarmi il Braille e ad ascoltare i passi e le voci degli umani, a colorare il buio ed a far risuonare il silenzio, mi deve aiutare a dare senso a ciò che senso non ha, non deve andarsene ora, questo ti chiedo per l’ennesima volta mio dio, Se passi da queste parti pensa che ci puoi ritornare quando vuoi, se non ti rispondiamo non vuol dire che siamo assenti, ritorna un’altra volta, ora siamo occupati a cercare dove hanno perso i miei occhi, li dobbiamo rimettere a posto per bene, nelle loro cavità, nell’anima, nelle mani, sulla pelle, in gola, nel cuore……. Torna un altro giono per favore e non te lo portare via……………………non ti offendere per questa mia richiesta………….lasciami ancora con lui, tu hai tutto, io ho solo lui ora, ho solo lui e la sua mite, pacata, lieve “verità e bellezza”. Insieme recupereremo la mia, poi sarà di nuovo tuo mio Dio. Un saluto accorato e sincero con le mani giunte………

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