Parole

LE IDEE
La forza delle parole

di LUCE IRIGARAY*

Chiedere di esprimersi sulla guerra a persone il cui mestiere è pensare, non è già cominciare ad aprire una terza via tra i belligeranti, in grado forse di portare luce all’ una e all’ altra parte? Spesso nel corso della Storia, i filosofi e gli artisti hanno consigliato o ispirato i politici. Sarebbe bene che le loro riflessioni aprissero oggi nuove prospettive diplomatiche, più ampie, più disinteressate, più attente alle diversità politico-culturali esistenti tra i vari paesi, tra le varie regioni. PROSPETTIVE che possano porre fine non soltanto a questa guerra, ma a tutte le guerre, facendo apparire come caduco, poco degno dell’ umano, un tale modo di risolvere i problemi. La parola sospesa. La guerra, in effetti, è prima di tutto la rottura del dialogo, l’ assenza di parola, la perdita dell’ umano in quanto tale. Il passaggio dal discorso alla violenza muta si verifica chiaramente tra i belligeranti, ma anche tra tutti quanti gli altri: i cittadini stessi non si parlano più. Non sanno quello che pensa l’ altro, a quale clan appartiene, e temono di suscitare un conflitto alla minima parola pronunciata. Questa diffidenza tra cittadini è peraltro mantenuta dai politici e dai media i quali dettano quello che bisogna pensare e accusano coloro che la pensano diversamente di “disubbidienza civile”, di “appartenenza a partiti” condannabili in quanto “estremisti” di destra o di sinistra, oppure di “anti-americanismo primitivo”, ecc. Ognuno è invitato ad aggregarsi al coro dei sostenitori che applaudono a ogni colpo inferto. E la vendetta inflitta sul nemico totalitario – che non si sente mai parlare, cosa che aiuterebbe i cittadini a formarsi una propria opinione – cala sui cittadini effetti totalitari meno percepiti: il primo dei quali è la costrizione a pensare come coloro che hanno deciso di fare la guerra. E qualora uno si arrischi a disturbare il punto di vista generale, i sondaggi prendono la parola in sua vece, facendo tacere le sue proteste con l’ argomento, cosiddetto democratico, dei numeri. Come sono calcolati i sondaggi, lo ignoro, ma mentre da essi risulta che la maggioranza dei francesi interpellati sarebbe “per la guerra”, io non ho ancora trovato una sola persona che lo sia veramente tra coloro che ho interrogato: i miei vicini, i commercianti del mio quartiere, gli stranieri incontrati in queste ultime settimane, per non parlare dei miei amici. Ho invece osservato che la gente è triste, che non ha capito un granchè, che è preoccupata per le possibili rappresaglie, che ha sempre più l’ impressione di ricevere delle informazioni insufficienti e di essere intossicata da discorsi che l’ obbligano a giudicare la situazione in un certo modo e non in libertà. Nero o bianco.
La guerra è anche il ritorno alla logica del tutto bianco o tutto nero, culla dei regimi autoritari. è l’ abdicazione generale del giudicare, della coscienza, della determinazione individuale. Ciò che è cattivo, che è nero, è lui, l’ altro, e io, che sono colpevole o complice della distruzione di un paese povero, dell’ equilibrio dei paesi vicini messi appena un po’ meno male e della morte di cittadini innocenti, io dovrei sentirmi buono/a, tutto/a bianco/a. Meglio ancora: fiero/a di far regnare nel mondo l’ ordine giusto, orgoglioso/a di stare con i buoni. E la guerra non ha neppure più l’ alibi della legittima difesa, essa è il mezzo utilizzato affinché il giusto distrugga l’ ingiusto, il bianco il nero, in assenza di “stati d’ animo” che significherebbero probabilmente un ritorno egoista al proprio sé, a una compiacenza sensibile e troppo umana. E se la nostra attenzione viene attirata senza sosta sui rifugiati, sui profughi, è ancora per rendere più nero il nero, senza che venga mai posta la domanda sulla responsabilità di chi o di ciò che ha accelerato il disastro, l’ esodo. Il bianco dev’ essere incessantemente giustificato e ri-giustificato, deve restare senza macchia. Una guerra pulita. D’ altronde, una tecnologia ultrasofisticata aiuterà i più ricchi – i bianchi – a non sporcarsi le mani col sangue, a non vederlo neppure. Uccidono senza essere costretti a guardare il crimine commesso, assassinano a distanza, ciecamente. è il radar che decide, che sbaglia o che non sbaglia. L’ unica responsabilità dei bianchi è quella di manovrare bene la macchina, scordando che sono umani. Una guerra pulita dimentica l’ esistenza dell’ altro, il corpo e l’ anima del nemico d’ abbattere, se non anche i propri. Gli stessi ritmi elementari della vita non sono più rispettati: non più notte o giorno. Non più sangue, né necessità vitali: l’ astrazione tecnica prevale. L’ andamento della Borsa, qui e altrove, è oramai interpretato in rapporto alla guerra. E allo stesso modo si parla anche dei danni economici causati da essa, più che delle vittime umane. Quei luoghi saranno rimessi in sesto, si promette, senza dire quando. E non si riconosce nemmeno che anche vestigia culturali saranno così state annientate per dar luogo a un’ architettura standard. Non si tratterà qua di annientare la cultura stessa? Cominciare a bombardare alla vigilia di un’ importante festa ortodossa, il 24 marzo – come, altrove, alla vigilia del Ramadan -, non è forse un modo di affermare il disprezzo per una cultura e la volontà di distruggerla? Ma quale cultura si pretende d’ imporre in suo luogo? Abolire le differenze e le storie rispettive, non è, anche lì, promuovere dei valori a rischio totalitario? Legge del taglione. Nelle culture europee, la pena di morte – suprema legge del taglione – è stata abolita. Arrogarsi il diritto di uccidere per vendicare il crimine commesso non fa più parte dei nostri codici. Ordunque la giustificazione della guerra alla quale assistiamo invoca questo taglione: io distruggerò chi ha distrutto. E dopo? Ammettiamo pure che il giustiziere, o i giustizieri, abbia oramai la coscienza pura e in pace, quali germi di violenza saranno stati seminati? Tra il nemico, tra coloro che dalla guerra sono danneggiati, nel corpo o nei beni, tra coloro che assistono impotenti al massacro. Non c’ è qualcosa d’ ironico nel sentire i politici predicare ai ragazzi la dolcezza e la tolleranza quando essi stessi propongono l’ esempio di violenze spietate: nei gesti e nelle parole. Cittadini ostaggi dello Stato?.

Può essere considerato un progresso il far portare a un popolo il peso delle azioni del suo capo? Prima, il taglione veniva esercitato sullo stesso colpevole, ora un popolo intero viene punito. E ancora, si può qualificare come progresso democratico il fatto di poter uccidere senza sapere che si uccide né chi si uccide? Possibilità certo riservata ai ricchi – non ai poveri né ai ragazzi – così come è loro riservato il privilegio di inquinare l’ insieme dei cittadini e d’ imporre loro altri flagelli che distruggono gli esseri viventi e il loro habitat. è legittimo domandarsi inoltre se rendere asettica la guerra o rendere asettica la vita umana all’ interno di progetti universali non rispettosi delle differenze: di sensibilità, di corpi, di culture – se non astrattamente, sulla carta o in discorsi incantatori -, non corrisponda a preparare un olocausto generalizzato dell’ umanità. Chi o che cosa è in questo caso più temibile? Come sventare il pericolo? Certamente non esorcizzando gli errori e gli orrori del passato proiettandoli in modo cieco e poco coerente sul presente e sul futuro. Non è che invece, preoccupandosi in maniera civile dei diritti di ogni cittadino e dei rapporti tra tutti i cittadini tenendo conto delle loro differenze, un ordine mondiale potrebbe essere costruito? Questo non può essere né militare né finanziario. Sono gli uomini e le donne che lo possono assicurare in un mutuo rispetto garantito da diritti: non quelli degli Stati soltanto, ma i loro diritti.

Gli uomini e le donne che vivono in questo mondo non smettono di pagare – fisicamente, moralmente, economicamente – certe follie e cecità di coloro che pretendono di governarli, contribuendo anche spesso a corrompere l’ opinione pubblica in modo che il potere e il denaro restino loro. è arrivato il momento di affidare ai cittadini una maggiore responsabilità nei confronti di essi stessi, nei confronti della società, nei confronti della Storia. Più l’ orizzonte diventa vasto, più è importante garantire l’ esistenza, la sicurezza, il futuro degli uomini e delle donne che vi vivono oggi, che vi vivranno domani.

(traduzione di Guiomar Parada)

*Luce Irigaray è scrittrice e Direttrice di Ricerca in Filosofia presso il Centro Nazionale della Ricerca Scientifica francese

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4 comments on “Parole

  1. E’ impossibile conoscere gli uomini e le donne senza riconoscere la forza delle parole: Noi tutti siamo ciò che mangiamo e le parole che usiamo, i fatti e le azioni li determiniamo attraverso una fusione di sapori e di odori cui le parole danno vita. Il nutrimento delle parole è un paragone non improprio, digeriamo verbi e li trasformiamo in energia od in sostanze di rifiuto nella stessa misura in cui beviamo aggettivi e ne apprezziamo il sapore “agrumato” o “aromatizzato”. Ascoltate attentamente una persona parlare o leggete quello che scrive e troverete dei termini che ripete, che usa indifferentemente come verbo e come sostantivo. Noi siamo quali sono i nostri sogni, le nostre azioni e le parole che usiamo, cibo per la vita, nutrimento per l’anima!

    • L’unico limite è la nostra ignoranza,
      l’unico problema è la nostra stupidità,
      l’unico vizio è la nostra pigrizia,
      nonostante questo,
      lo stress generato da queste tre fattori,
      genera creatività,
      basta saperla riconoscere e approfondirla.
      Per tanti è una missione impossibile,
      per pochi diventa stile di vita.

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